Intervista a Isabella Pileri Pavesio

Oggi è gradita ospite del nostro salottino letterario la scrittrice genovese Isabella Pileri Pavesio, attualmente firma e social media manager del magazine elvetico Inews, che ha da poco concluso il suo ultimo romanzo, Schegge di memoria.

Pileri Isabella

d.) Isabella, lei ha esordito nel mondo della scrittura con due raccolte di poesie, vincendo nel 2002 il Premio speciale Roberto Monaldi; cosa l’ha portata a cambiare genere e a scrivere romanzi gialli e thriller?

r.)  Possiamo darci del Tu? Altrimenti mi sento giovane come la cugina di Tutankamon. Bella domanda: anche io me lo sono chiesta spesso. Diciamo che, per me, la poesia è stata portare all’esterno ciò che avevo dentro. In genere non si trattava mai di emozioni, in quanto in tutta la mia vita ho scritto due poesie d’amore (sempre per la stessa persona), ma di immagini e idee. Le mie poesie infatti descrivono ciò che avrei voluto dipingere, cosa che non so fare, unito a idee filosofiche o etiche. Presto, tuttavia, mi sono resa conto che dimenticarmi di me stessa, portando dentro di me gli altri e il mondo circostante, mi piaceva molto di più. È così che a volte divento straordinariamente silenziosa e osservatrice, certo non di grande compagnia: in genere è in quel momento che sto osservando te e la tua vita e sto riportandola sulla carta come la storia di un personaggio. Un po’ come fa il fotografo, io scrivendo romanzi cristallizzo momenti di vita perché non si perdano, perché non scorrano via.

d.) Benissimo, diamoci del tu, così anche io mi sento più giovane. Tra pochi giorni uscirà il tuo ultimo romanzo, Schegge di memoria, edito da De Ferrari Edizioni, ce ne vuoi parlare?

r.) All’agenzia investigativa milanese Perrotta è un giorno qualunque, uno di quelli in cui il detective Baglioni si dedica a stanche indagini su coppie scoppiate e pedinamenti di mariti fedifraghi. Ma la routine viene interrotta all’improvviso dall’arrivo di una lettera anonima, contenente la distale di un dito mignolo. Di una donna, forse la vittima di un omicidio, per la cui risoluzione Baglioni e l’amica Bea Lenci dovranno addentrarsi negli oscuri misteri che l’antica famiglia inglese Tennenwood occulta nel tenebroso castello di Richmond. Fra incubi  e colpi di scena, inconfessabili riti alchemici e atroci delitti, l’indagine seguirà i sentieri smarriti della memoria di John Irving, psichiatra inglese, e delle due sorelle Adam, misteriosamente scomparse.  E solo dopo molte peripezie le schegge dei ricordi, taglienti come vetri acuminati, si frammenteranno per ricomporsi in un caleidoscopio multicolore di fatti e di parole.

d.) La vicenda si svolge, seppur legata a eventi passati, tra il 2019 e il 2020. Perché hai scelto l’immediato futuro anziché i giorni nostri?

r.) Diciamo che sono partita da un confronto fra i tempi passati e l’oggi, per comunicare alle persone il fatto che, rispetto a secoli fa, oggi molti problemi possono essere risolti. Bisogna però dire che la crisi economica che ha colpito il mondo, la povertà e la disoccupazione, mi hanno spinto a non scegliere questi anni, ma l’immediato futuro. Spero di non essere stata troppo ottimista, ho scritto per trasmettere un messaggio positivo ai miei lettori: non lasciate che le schegge dei ricordi e dei dolori vi paralizzino. Coltivate i vostri sogni, combattete. Ti ricordo comunque che c’è un flashback di epoca vittoriana dettata dall’ammirazione incondizionata per Charles Dickens, cui è dedicato il romanzo.

d.) A chi ti sei ispirata per il personaggio del detective Giò Baglioni, protagonista dei tuoi romanzi?

r.) Quando ho iniziato a scrivere avevo sedici anni e… adoravo Claudio Baglioni! Oggi lo ascolto ancora con grande ammirazione.  Questo per quanto riguarda il nome. Come personaggio, diciamo invece che ho pensato a un ragazzo comune italiano, sulla trentina, disoccupato, con il mutuo da pagare e che deve, in qualche modo campare. E che riesce a sopravvivere improvvisandosi detective perché non ha trovato nulla di meglio da fare, almeno all’inizio. Infatti Baglioni è uno come me, uno come noi, trentenni di oggi, precari  nel lavoro e nella vita.

d.) In Italia si legge davvero poco. Cosa bisognerebbe fare secondo te per incentivare le persone a leggere di più?

r.) Questa domanda è un tasto dolente! Basta salire su un treno per rendersi conto della situazione. Quanti leggono un libro e quanti, invece, stanno usando il cellulare? Detto questo, dato che sarebbe folle abbandonare i cellulari per  leggere i libri, perché non rendere allora l’oggetto-libro allettante, più  bello dentro e fuori? Questo abbiamo voluto fare Maria Rita Vita (Maria Rita Vita è la pittrice astratta e action painter che ha dipinto il Blu della Speranza, il quadro che è copertina di “Schegge di memoria”, NdR) ed io. Creare un libro che fosse interessante dentro e artistico fuori, il regalo di compleanno per l’amica che ama la moda ma anche l’arte e la letteratura, l’oggetto  da posare sul tavolino in salotto perché, come se fosse un catalogo, “fa arredamento”. Non a caso, Maria Rita è anche stilista e ha creato il brand  “Vita fashion” dove ogni borsa, ogni foulard, sono un’opera d’arte che ognuno può indossare e portarsi a casa al prezzo di un comune accessorio “pret-a-porter”.

d.) In base alla tua esperienza, che consigli ti senti di dare a uno scrittore esordiente?

r.) Prima di tutto, leggere. E poi  farsi poche illusioni: essere esordienti significa ricevere rifiuti su rifiuti, soprattutto in Italia dove l’editoria è in crisi. Mi ricordo di aver impiegato sei anni a pubblicare il  romanzo d’esordio, Morte nel Fango. Il mio primo tentativo avvenne così: l’editore genovese che non nomino, fatto salvo il mio editore che è De Ferrari, mi consegnò indietro il manoscritto, dicendomi: “Non l’ho neanche letto, perché il libro di un’esordiente vale meno di zero”. Mi ricordo che, in quel momento, mi erano scese le lacrime, mentre mi chiudevo alle spalle la porta, e mi sono giurata che no, non avrebbero vinto loro. Partecipare a premi, per esempio il Premio Calvino,  ove si vinca  una buona lettura critica  dovrebbe essere comunque un obiettivo primario. Poi  ci sono anche le scuole di scrittura che spesso accompagnano gli esordienti sino alla pubblicazione. Essenziale sarebbe anche avere un buon editor che porti il testo  a essere un prodotto già professionale e in linea con i gusti del pubblico senza tradire l’anima della storia e dello stile,  mostrando al lettore della casa editrice che, nella sostanza, siamo già dei professionisti, anche se “in erba”. Come per me è Luisa Pavesio, mia zia, che dopo  anni di attività come  Direttore di Istituti di Cultura, è diventata un’ editor preziosa in Il peccato chiama peccato e poi anche per Schegge di memoria. Il lavoro di avvocato mi ha insegnato molto: devi essere affidabile e preciso in ciò che fai e devi trasmettere questa idea di serietà anche esteriormente. Per lo scrittore è lo stesso. Certo, noi tutti sogniamo un giorno il Premio Bancarella.

d.) Per un esordiente, che ruolo possono giocare i social nella promozione del proprio libro e della propria immagine?

r.) Sicuramente oggi i social sono importanti, me ne sono resa conto anche nella mia esperienza in Inews Swiss. Lo scrittore di oggi, esordiente o affermato, deve avere cura di essere fedele al proprio personaggio e di avere accanto a sé collaboratori preziosi: l’agente o  l’editore, che per primo confeziona la tua immagine pubblicando e diffondendo il romanzo, talvolta anche le agenzie pubblicitarie specializzate nella promozione letteraria. Ma queste possono diventare molto impegnative, per cui ci si dovrebbe rivolgere a un agente o a un’agenzia pubblicitaria solo quando dentro se stessi si è fatta una promessa: “Io voglio fare lo scrittore”.

d.) Isabella, tu hai pubblicato con diverse case editrici: hai mai pensato di auto-pubblicarti?

r.)  Secondo me l’editore  non può essere sostituito dall’autopubblicazione.  Un romanzo, infatti, nasce dalla penna (o meglio dalla tastiera) dell’autore, ma poi diventa un progetto in cui c’è bisogno di molte figure professionali che credano in te: dalla distribuzione ai booktour, l’editore e, per chi può, l’agente, sono figure insostituibili. Il romanzo di successo, essenzialmente è questo: un lavoro di squadra. Visto che stiamo parlando di lavoro in team,  ringrazio non solo tutte le persone che ho già nominato sopra, ma anche altri che hanno collaborato in vario modo alla promozione dei romanzi che ho scritto, come la regista dei booktrailer  e fotografa Giovanna Fadda, nonché coloro che hanno partecipato in qualità di attori e di figure professionali diverse, come la make up artist Roberta Pesce.

d.) Tu sei da sempre  impegnata nel volontariato e sul fronte dei diritti, soprattutto degli animali. I tuoi romanzi affrontano temi scottanti come lo sfruttamento sessuale e la tratta di donne e bambini. Il ricavato dei tuoi libri è spesso donato in beneficenza. Scrivere può quindi rappresentare un modo per reagire, per non rimanere passivi di fronte a certe ingiustizie?

r.) Sicuramente sì: ognuno di noi può essere una scheggia che taglia il velo dell’ingiustizia. Come scrittrice ho sempre cercato di diffondere le idee che reputavo giuste attraverso i romanzi, dalla lotta alla pedofilia ai diritti degli animali. Certo, ho donato il ricavato di due romanzi in beneficenza, perché le buone cause non si sostengono solo con l’amore, ma anche “con il pane”. Un romanzo è uno strumento potente per parlare a tante persone; come tale, trasmettere messaggi negativi, secondo me, ha un’influenza negativa potenziale su tutta la società. Come avvocato cerco di fare lo stesso; recentemente ho conosciuto i vertici di un’associazione ecologista che difende gli animali marini e spero presto di poter essere loro utile.

d.) Se dovessi fare un viaggio in auto da Genova a Roma, quale scrittore o scrittrice vorresti avere come compagno di viaggio?

r.) Domanda difficile: sono una lettrice compulsiva. Forse potrei affrontare il viaggio da Genova a  Roma in pulmino con i miei scrittori preferiti! Sicuramente mi piacerebbe trovarmi gomito a gomito con Gaetano Savatteri, Kathy Reichs, Fred Vargas, Andrea Camilleri. Loro sono i miei miti, quelli che mi hanno insegnato a scrivere. Se oggi sono arrivata a pubblicare il nuovo romanzo con De Ferrari, che è un editore a livello nazionale, lo devo un po’ anche a  loro.

Isabella Pileri Pavesio, laureata in giurisprudenza e avvocato, esordisce nel mondo della scrittura con le raccolte di poesie Voci Nostre (Nova Edizioni, anno 2000) e Auguri di compleanno (Nova Edizioni, 2002). Nel 2002 vince il Premio speciale Roberto Monaldi. Del 2007 è invece il primo romanzo giallo Morte nel fango (Gammarò) sui legami fra Stato e mafia, il cui ricavato è stato interamente donato al Canile Municipale di Genova. Nel 2012 esce Il peccato chiama peccato (Bel-Ami, Roma), thriller a sfondo internazionale ambientato fra Genova, Zurigo e Giacarta, che punta il dito sullo scottante tema dello sfruttamento sessuale e della tratta  di donne e bambini e che nel 2015 si aggiudica il Premio Letterario Luisa Rossi Buglione come romanzo edito.

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Un pensiero su “Intervista a Isabella Pileri Pavesio

  1. Ciao Isabella e ciao Luca, grazie per averci fatto conoscere questa autrice. Condivido molto il tuo pensiero sul ruolo della scrittura, perché è molto affine al mio: scrivere per denunciare e per veicolare idee che si reputano giuste. Si può cambiare la società una pagina per volta :). In bocca al lupo.

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