Intervista all’editore: Davide Indalezio

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La figura dell’editore è croce e delizia di ogni autore esordiente. Croce se non reputa il manoscritto idoneo alla propria linea editoriale, se non risponde affatto (il che è anche peggio…) oppure se non fa promozione in modo adeguato o non paga le royalties maturate; delizia se, invece, decide di pubblicare il manoscritto, fa un buon editing, lo promuove attivamente, paga puntualmente le royalties. In ogni caso rappresenta un tassello fondamentale per il successo di uno scrittore e dei suoi libri.

Oggi ospitiamo, nel nostro salotto virtuale, un esponente di questa categoria: Davide Indalezio, fondatore di Edizioni della Goccia.

d.) Proveniente da tutt’altro ambito lavorativo, due anni fa lei ha deciso di fondare una casa editrice: può dirci da cosa è nata questa idea e con quali progetti?

r.) L’idea è nata in primo luogo dalla passione per la lettura e per i libri ma l’intenzione vera e propria di diventare editore si è manifestata poco alla volta solo negli ultimi anni. Nel 2010 avevo pubblicato un libro mio, ma non ero soddisfatto dell’editore di allora; così mi ero ripromesso che, se avessi scritto qualcos’altro, sarei diventato editore di me stesso. Poi, qualche tempo dopo, la figlia di un amico mi fece leggere un suo manoscritto chiedendomi un parere: lo considerai un “segno del destino” e nel giro di qualche mese fondai Edizioni della Goccia e pubblicai il primo volume.

d.) In Italia si legge davvero poco. Cosa bisognerebbe fare, secondo lei, per incentivare le persone a leggere di più?

r.) Il primo passo dovrebbe essere quello di stimolare i giovani e i giovanissimi. E per “giovanissimi” intendo proprio i bambini delle scuole elementari, perché certe abitudini si adottano da piccoli. Se in Italia si legge poco una parte di responsabilità è della scuola, sempre più orientata allo sviluppo degli aspetti “tecnologici” dell’istruzione e sempre meno preoccupata della crescita interiore della persona.

Una parte di responsabilità, comunque, è anche degli editori, che in molti casi  preferiscono pubblicare testi facili da vendere, piuttosto che libri di qualità.

d.) Non di rado le case editrici commissionano i romanzi agli scrittori: cosa ne pensa di questa, chiamiamola, scrittura on-demand?

r.) Non è il mio caso e  non mi è mai capitato. Anzi, non capisco come sia possibile commissionare un romanzo (diverso è il caso del saggio). Non credo sia l’editore a dover indirizzare la creatività dello scrittore, a meno che non sia un semplice suggerimento di ordine generale, del tipo “perché non scrivi un romanzo che abbia come tema l’immigrazione (o il bullismo, o i conflitti religiosi, ecc.)?” Penso che al massimo l’editore possa richiamare l’attenzione su un argomento che pensa possa destare l’interesse dei lettori, ma nulla di più.

d.) Camilleri, che personalmente reputo uno dei più grandi scrittori italiani contemporanei, non ha mai vinto premi letterari: secondo lei quanto può giovare, in termini concreti, vincere un premio per un autore emergente?

r.) Se per “termini concreti” si intende una qualche gratificazione economica immediata, allora la risposta è semplice: pressoché zero. La vittoria di un concorso letterario è utile per il proprio curriculum, sicuramente conferisce un minimo di credito, ma tutto dipende dal tipo di premio letterario: anche per questi occorre fare un minimo di selezione e scegliere di partecipare a quelli che sembrano alla portata. Il consiglio è di evitare quelli più noti, per non combattere inutilmente contro i mulini a vento.

d.) Per un autore esordiente, che ruolo possono giocare i social nella promozione del proprio libro?

r.) I social media sono uno strumento ormai indispensabile nella diffusione di qualsiasi attività, evento, notizia, ecc. Per l’autore emergente, secondo me, sono uno strumento utile ed economico per farsi conoscere al di là della cerchia di parentele e amicizie abituali; inoltre possono servire a prendere nuovi contatti per il futuro. Il rovescio della medaglia è la questione degli “amici” e dei “mi piace”: avere più di mille amici virtuali, così come avere mille “mi piace” al post che proclama l’uscita del libro, non vuol dire vendere mille copie.

d.) Edizioni della Goccia sarà presente al Salone internazionale del libro di Torino?

r.) Sì, per la prima volta quest’anno. È uno sforzo non da poco per una piccola casa editrice, ma Torino dovrebbe essere il luogo ideale per farsi conoscere, prendere nuovi contatti e acquisire nuovi lettori.

d.) In base alla sua esperienza, che consigli si sente di dare ad uno scrittore esordiente?

r.) La prima risposta che mi viene è: ripassare la grammatica e la sintassi. Purtroppo troppo spesso si ricevono manoscritti che contengono errori che a scuola avrebbero meritato la matita blu. Leggere un manoscritto zeppo di svarioni, che chiaramente non sono semplici errori di battitura, non predispone favorevolmente nei confronti dell’autore. Poi serve un’idea originale, anche se è già stato scritto di tutto su tutto: se il tema di fondo del manoscritto ha qualcosa di diverso dagli altri, sicuramente si farà notare. Gli editori sono sommersi da testi che chiedono di essere pubblicati, e le librerie sono sommerse di libri che chiedono di essere acquistati, quindi un manoscritto che si distingue dagli altri ha più possibilità di emergere. Un’altra domanda utile da porsi potrebbe essere: un libro come quello che ho scritto, io lo comprerei? In ogni caso, le qualità principali di un autore emergente dovrebbero essere la pazienza e la mancanza di presunzione: non avere fretta di pubblicare a tutti i costi, rileggere il testo più volte fino a odiarlo, e accettare critiche e suggerimenti.

d.) Lei, per lavoro, legge molti manoscritti: nel tempo libero ha ancora voglia di leggere?

r.) Sì. Solo leggendo si impara a valutare un testo, a leggere criticamente. E solo leggendo si impara a scrivere. Una regola generale dovrebbe essere: leggere 100 libri per scrivere 10 pagine. Quindi, per scrivere un libro di 250 pagine basta fare il conto.

d.) Lei ha scritto un libro dal titolo “’70 mi da tanto”: ce ne vuole parlare?

r.) Si può dire che è stata la causa scatenante di tutto quello che è successo dopo. Il libro è una specie di saggio di costume, il racconto del modo di vivere degli adolescenti degli anni settanta e delle loro abitudini: il cinema, la musica, la televisione, la scuola, le amicizie, con una parte iniziale dedicata agli eventi principali di quel periodo così importante per la società italiana, che quelli della mia età chiamano ancora “cronaca”, ma che alcuni definiscono già “storia”. L’intenzione era quella di raccontare ai ragazzi di oggi il modo di vivere dei loro genitori quando avevano la loro età, quando c’erano pochi canali televisivi, e neanche tanto  interessanti, e non  esistevano cellulari, tablet, computer o altri dispositivi diabolici. In realtà, per quanto ne so, più che dai ragazzi è stato apprezzato dai genitori, che volevano rinfrescare la memoria sulla propria adolescenza.

Ringraziamo Davide Indalezio per la sua disponibilità e riportiamo qui di seguito i suoi contatti:

http://www.edizionidellagoccia.it/

https://www.facebook.com/Edizioni-della-Goccia-1449353588711692/?fref=ts

 info@edizionidellagoccia.it

 

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