Sapore d’Irlanda con Maura Maffei

Oggi ho il piacere di ospitare, nel nostro salotto virtuale, la scrittrice Maura Maffei, savonese di nascita ma alessandrina d’adozione perché vive in quel di Casale Monferrato.

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 d.) Maura, lei ha pubblicato con diverse case editrici. Non ha mai pensato di auto-pubblicarsi?

r.) No, perché ritengo che scrivere sia un dialogo e non un monologo, un dialogo affascinante prima con un editore che crede nell’opera dell’autore e che fa di tutto per promuoverla e darle la giusta visibilità, poi un dialogo speciale e intimo con il lettore. Chi si pubblica da sé, non avendo il riscontro da parte della casa editrice, rischia di proporre un’opera che certamente parla al proprio cuore ma forse non al cuore di tanti altri che, nelle pagine di un romanzo, cercano sentimenti condivisi e immortali. Oggi è sempre più difficile pubblicare e pubblicare bene, con un editore che porti effettivamente il libro sul mercato, ma io credo che valga la pena di stringere i denti e di aspettare l’occasione giusta. Se ciò che scriviamo vale davvero, presto o tardi verrà alla luce.

 d.) Il suo recente romanzo “Feuilleton”, edito con Edizioni della Goccia, è ambientato in Irlanda e contiene diverse citazioni in lingua gaelica, che lei conosce molto bene. A cosa deve questa sua passione?

r.) L’Irlanda è la mia “patria” ideale, la mia “patria” dell’anima sin da quando ero adolescente. Per questo ho deciso di studiarne la lingua, per comprendere questa Nazione con gli occhi degli irlandesi. Attraverso i miei romanzi storici, che sono quasi sempre ambientati in Irlanda, attraverso le varie epoche in cui l’Isola di Smeraldo è stata assoggettata prima ai vichinghi e poi agli inglesi, mi piace narrare il coraggio, la fede e i sentimenti tenaci di un popolo fiero e indomabile. Al di là degli stereotipi e delle immagini folkloristiche cui siamo abituati.

 d.) Secondo una classifica pubblicata dalla rivista Forbes e recentemente ripresa anche dal mio blog, emerge che, dei dieci più ricchi scrittori del 2015, nove sono americani e tutti sono anglofoni: è evidente che nei paesi anglosassoni si legge di più. Ha mai pensato di tradurre le sue opere in inglese?

r.) Perché no? Se capitasse l’opportunità sarei certo lieta che un mio romanzo fosse tradotto nella lingua di Shakespeare. Intanto, io ho avuto la mia più grande soddisfazione nel 1999, quando il mio primo romanzo “Il traditore” (Marna, 1993) è stato tradotto in lingua irlandese e pubblicato in Irlanda con il titolo “An Fealltóir” dalla prestigiosa casa editrice Coiscéim di Dublino. Una grande gioia, anche perché all’epoca gli unici scrittori italiani a essere tradotti in gaelico, insieme con me, erano Dante Alighieri, Alessandro Manzoni e Grazia Deledda!

 d.) ‘Feuilleton’ significa romanzo d’appendice, cioè quel genere di romanzi che furono in voga agli inizi dell’ottocento e che venivano pubblicati sui giornali e sulle riviste. Perché ha scelto questo titolo per il suo libro?

r.) Innanzitutto perché il romanzo è in un certo senso incastonato nella lettura di un quotidiano di Dublino che risale al 1894 e perché la storia comincia con il cliché tipico del “Feuilleton”. Nella cronaca rosa del quotidiano, cui ho accennato pocanzi, si parla infatti di sir Ardal Mac Corra, giovane e ricco industriale tessile, e della bella moglie Sibéal, figlia d’un attore morto alcolizzato. I loro screzi e flirt, assai ghiotti per i lettori, hanno persino soppiantato la pagina destinata al “feuilleton”. Il giornalista Doug Doherty propone a Sibéal di convivere con lui. Lei non lo ama ma lo frequenta perché malata di solitudine. È indecisa. Così irrompono i ricordi, dall’infanzia disagiata al matrimonio con Ardal, che l’ha lasciata la sera delle nozze, alla rivelazione: «Ti ho sposato solo per il tuo danaro!»   Durante un drammatico colloquio, Ardal rifiuta a Sibéal il divorzio. Allora lei, che lo ritiene un bigotto, schiavo delle convenienze, decide di estorcerglielo. Lo segue di nascosto, sperando di sorprenderlo con un’amante. Ciò che scoprirà in quella notte sarà una rivelazione inaspettata.

Il titolo in effetti è ironico, perché può darsi che da “feuilleton” questo romanzo si trasformi in qualcos’altro, in qualcosa di più profondo, che vale la pena di scoprire attraverso la lettura.

 d.) A Mombello Monferrato, ha recentemente presentato “La fragilità della farfalla”, edito con Parallelo45: ce ne vuole parlare?

r.) “La fragilità della farfalla” è il primo episodio della trilogia “Dietro la tenda” che io ho avuto la fortuna di scrivere con uno straordinario coautore irlandese di madrelingua gaelica, ossia Rónán Ú. Ó Lorcáin. È un progetto che ci ha impegnato per cinque anni e in cui io mi sono occupata prevalentemente della parte narrativa e della psicologia dei personaggi, mentre Rónán ha studiato con grande cura l’aspetto linguistico e l’affascinante ambientazione nel Connemara del XVIII secolo.

Per quanto riguarda la trama, due famiglie d’antica nobiltà, che in novant’anni di storia hanno intessuto tra loro relazioni d’amicizia, d’odio e d’amore, si trovano coinvolte in un avvenimento inaspettato: il ritorno in patria di un gruppo di uomini che per anni hanno vissuto in Austria. Chi sono? Carpentieri? Lavorano infatti in una sospetta falegnameria che sorge solitaria in mezzo alla campagna. Ma un’altra è la loro identità. Nell’epoca drammatica delle Leggi Penali, quando i cattolici erano privati d’ogni diritto, erano costretti al contrabbando per sfamare i loro figli, la messa era vietata e i sacerdoti erano considerati fuorilegge, ebbene, proprio in quest’epoca oscura un vescovo e cinque preti, protetti da alcuni dragoni che hanno scelto come capo Bran, un colonnello dell’imperatrice Maria Teresa d’Absburgo, sfidano gli inglesi e, sotto mentite spoglie, si mantengono fedeli alla loro vocazione e si dedicano a una missione di pace. Se venissero scoperti o traditi, sarebbero tutti condannati alla forca.

Il vescovo Caoimhín è lo zio della bella Labhaoise, di cui s’innamorano sia un giovane cattolico dal carattere impetuoso, che come gli altri veste i panni dimessi del falegname, sia l’astuto pastore anglicano del villaggio. La scelta di lei li rende rivali. Eppure si tratta per entrambi di un sentimento tanto profondo quanto impossibile, perché un atroce delitto commesso in passato dal padre della ragazza è rimasto impunito e adesso, mentre tutto si complica, pretende vendetta. E da qui si può intuire che è stato per noi importante costruire il contrasto tra i caratteri assolutamente dissimili dei due protagonisti maschili, il colonnello Bran e il pastore anglicano Hugony, contrasto che rende la narrazione movimentata e che riserverà molte sorprese al lettore sia in questo primo romanzo, sia nel resto della trilogia.

 d.) Maura Maffei è ormai una scrittrice affermata. Quali consigli si sente di dare agli autori esordienti che stanno cercando di pubblicare il loro primo manoscritto?

r.) Il consiglio più importante è quello di rileggere molte e molte volte il testo e di tagliare ciò che appesantisce la narrazione, sino a quando il romanzo da pietra grezza rilucerà come diamante. Altra cosa che mi sento di suggerire è quella di non cedere alle lusinghe delle cosiddette case editrici a pagamento, perché i libri pubblicati non arriveranno mai sul mercato, visto che il sedicente editore ha già ricevuto il suo guadagno dall’autore stesso e non si sforzerà mai di promuovere l’opera per venderla nelle librerie.

 d.) Fare l’editing di un manoscritto è compito dell’editore: per un autore esordiente, ritiene che sia comunque opportuno sottoporre il testo ad un editor prima di inviarlo alle case editrici?

r.)  Credo che non sia il caso: se il romanzo vale, un buon editore saprà fiutarne la preziosità anche se ci sono dei difetti da correggere. A me è successo per il primo romanzo, “Il traditore”, che pubblicai quando avevo 23 anni. Giorgio Bertella di Marna mi insegnò tutti i trucchi del mestiere e mi aiutò a crescere e a maturare come autrice perché era convinto che nei miei romanzi ci fosse qualcosa di buono e che investire tempo e risorse su di me avrebbe dato frutti positivi.

 d.) Lo scrittore Alessandro Baricco, insieme ad altri soci, ha fondato una scuola per scrittori; pensa che sia possibile insegnare a scrivere? Crede che anche nelle università si dovrebbe cominciare a fare delle lezioni e degli esami sulla scrittura?

r.) Sono convinta che non possano esistere scuole in grado di inculcare il talento: quello o c’è o non c’è. È necessario sottolineare che non tutti hanno la stoffa dello scrittore, non tutti possono diventare Victor Hugo o Lev Tolstoj. Ciò premesso, le scuole di scrittura creativa possono aiutare a evitare gli errori più comuni di focalizzazione (terribilmente frequenti tra gli scrittori alle prime armi), di costruzione dell’intreccio o di stile. Attenzione però al rovescio della medaglia: il fatto che oggi la maggior parte degli scrittori in voga scriva allo stesso modo, senza originalità, tanto che i romanzi che affollano gli scaffali delle librerie sembrano fatti in serie come gli agnolotti, dipende anche dai dictat delle scuole di scrittura creativa e dall’imitazione pedissequa di pochi nomi osannati.

 d.) Per un autore esordiente, che ruolo possono giocare i social nella promozione del proprio libro?

r.) I social sono sempre utilissimi: danno quella visibilità immediata che un tempo, quando io ho iniziato la mia carriera all’inizio degli anni ’90, gli autori non potevano neppure immaginare. Sono tuttavia anche molto dispersivi perché il tempo che si spende per promuovere la propria opera, ad esempio su Facebook, si sottrae all’ispirazione creativa d’inventare altre storie.

d.) Immagini di scrivere un romanzo interamente ambientato durante un viaggio in treno, ai primi del novecento: da dove partirebbe e in quale città vorrebbe arrivare, escludendo la tratta dell’Orient Express?

r.) Sicuramente da Dublino a Galway, in Irlanda. Anzi traducendo il nome di queste due città in irlandese, da Baile Átha Cliath a Gallimh.

d.) Il libro che sta leggendo adesso?

r.) Sto leggendo “Lettere a donne sposate” di François de Sales (Ed. San Paolo). E chissà che io non inserisca san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e degli scrittori, nella cui festa, 24 gennaio, io ho la fortuna di essere nata, ebbene chissà che io non inserisca questo grande Santo in uno dei miei prossimi romanzi…

 

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